Ti citofono quando sto giù

Tutto iniziò con un citofono. Ti citofono quando sto giù. Che poi se ci pensate è una frase ridondante quasi tautologica. Puoi citofonare solo quando stai giù. Mica puoi premere il pulsante in connessione remota da Wellington, New Zealand. Ti citofono quando sto giù è come dire mi faccio il bagno quando sto in acqua. Non ha molto senso. Ma il senso, come molte altre cose, è sopravvalutato.

Quando i telefoni funzionavano solo con i fili e internet era un privilegio della CIA o dell’amico che aveva il padre avveniristico e abbastanza ricco da spendere centinaia di migliaia di lire per un 56k, il citofono era il mezzo con cui si espletava la vita sociale. Le persone ti telefonavano a casa e ti dicevano “Ti va di andare a fare un giro in centro? Io ci vado verso le sei. Ti citofono quando sto giù”.  Oppure i più smaliziati saltavano la telefonata preventiva e alle diciotto e sedici minuti ti citofonavo e ti facevano la proposta a sorpresa con un dito sul pulsante e la faccia vicino a una grata. Ora, dovete sapere che io non avevo un citofono a cornetta di quelli che quando rispondi senti solo tu che hai in mano l’apparecchio. Questo è il mio citofono:

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Il mio citofono ha, come potete vedere, due pulsanti: uno per aprire, l’altro per interagire. Il sonoro è in diffusione stereo. Sentono tutti. E hai voglia a ricordarlo agli amici. Non c’erano cazzi che tenevano. Le frasi al citofono spaziavano sempre in un range che andava da «Ue’ trimon’ ascinn’» (per i lettori alloglotti questa frase è traducibile grosso modo con «Ehi cazzone-inutile-ma-detto-con-affetto scendi che ti stiamo aspettando» )a «Scendi che andiamo a spaccare qualche portone» (ovviamente non lo si faceva mai ma era un modo per apparire ribelli e paraculare quelli che, invece, lo facevano davvero).  Questo significa che per anni ho allenato il mio dito indice a reagire con velocità allucinanti. Quando sentivo il biiiiiiiiip e i miei mi dicevano “renato è per te”, io mi avvicinavo e premevo il tasto per parlare. Sì? E subito staccavo la connessione alla prima inflessione volgar-dialettale o al primo invito che comprendesse qualche classico reato minorile. Una faticaccia capirsi così.

Poi i telefoni hanno perso i fili e sono entrati nelle tasche e internet è diventato comune come la penna bic negli anni novanta. E i citofoni sono andati in pensione. Adesso ti citofona il postino, il poveraccio con lo zaino della seven pieno di volantini o il corriere di Amazon. Cagacazzi o onesti lavoratori ma, comunque sia, degli estranei. Adesso le persone che conosci, gli amici, non ti chiamano manco più a casa. Tanto con tutte le offerte delle compagnie mobili ormai chiunque ha almeno qualche fottuto minuto da spendere gratuitamente per te. Tuttavia a volte un’improvvida mancanza di traffico telefonico o il tilt del software dello smartphone di turno costringono qualcuno a recuperare il tuo numero di casa e a comporre il prefisso cittadino. Essendo oramai abituati a interagire direttamente con l’amico abbiamo però perso l’abitudine di passare per l’intermediazione dei genitori. E non sappiamo più come comportarci quando risponde un adulto, uno sconosciuto, un estraneo.

– Pronto?
– Eh sì. Buongiorno. No buonasera. Scusa. Mi scusi, cioè. C’è Renato?
– No, guarda è appena uscito. Vuoi che ti faccia richiamare?
– Eh…sì…sì..grazie.
– Chi devo dire?
– Eh? Scusi?
– Chi devo dire che ha chiamato?
– ……
– Intendo: come ti chiami?
– Ah sì mi scusi.

Non sappiamo più coniugare i verbi alla terza persona né rispondere a delle domande sulle nostre generalità. Ma, diciamocela tutta, non importa granché. Il telefono fisso ha gli anni contati. Tra non molto svanirà come i floppy disk, i walkman o la carta copiativa. Adesso ci sono gli smartphone che rendono il mondo (ancora) più piccolo e i citofoni un po’ più inutili. Siamo passati dal Ti citofono quando sto giù al Ti squillo quando sto giù. E nove volte su dieci è una bugia. Mentre il Ti citofono quando sto giù era un’affermazione sempre e comunque vera, il Ti squillo quando sto giù è un’affermazione altamente manipolabile. Senti lo squillo, scendi e non c’è nessuno.
Dove siete? Dove cazzo siete? Dove vi state nascondendo dannati bugiardi! Avevate detto che mi squillavate quando eravate giù. E giù, quaggiù, non ci sta nessuno.
E lui, e loro, arrivano dopo cinque minuti, se ti va bene. Ti avevano fatto LO SQUILLO PREVENTIVO, quello che si fa quando stai imboccando l’uscita della tangenziale tanto finché scende, è meglio che lo avviso da qua.
Ma non è solo questo il problema. Adesso per organizzare un’uscita – e mi riferisco a un semplice incontro pomeridiano non all’articolazione di una tavolata serale per quindici persone – ci sono addirittura quattro possibili step(s):

  1. Telefonata sul cellulare: vuoi venire a fare un giro in centro? Io ci vado verso le sei.
  2. Messaggio su Whatsapp: sto uscendo di casa tra dieci minuti sono da te. Ti squillo quando sto giù.
  3. SmsSto arrivando ti squillo quando sto giù” nel caso il messaggio di whatsapp non sia stato “visualizzato alle ore 17:45”.
  4. Squillo quando si sta giù o quando “si sta per stare giù”.

Un’angoscia.
Ma non solo. L’iper-connettività e la nostra conseguente iper-reperibilità hanno cancellato del tutto l’effetto sorpresa. Nessuno più passa davanti casa tua e, per voglia o per noia, decide di citofonarti per farti scendere. Adesso puoi avere tutt’al più una telefonata inaspettata che ti anticipa una visita che, dunque, non potrà che essere aspettata.  C’è differenza.
Poi l’altro giorno mi squilla il telefono. Di casa. Ed è per me. Oramai solo i vecchi amici ti chiamano a casa. O gli amici vecchi. E spesso sono la stessa cosa. E infatti è un vecchio-amico-vecchio. Devo vedere delle cose in centro ti va di venire? Sì? Ok tra mezz’ora sono da te. Ti squillo quando sto giù.
Quarantacinque minuti dopo – la puntualità non è probabilmente mai esistita – sento un rumore. Ma non è l’attacco della mia suoneria (la theme song di The Big Bang Theory per la cronaca). È un rumore assolutamente non polifonico. È pre-digitale. Quasi antico. È il citofono. Mi avvicino con cautela e premo il pulsante.

– Sì?
– Oh trimone scendi ché stammerda di cellulare non ho capito che cazzo ha!

Una frase, dodici parole, tre parolacce. Non ho fatto in tempo a stopparla. Ho perso l’allenamento. Trimone, stammerda, cazzo, risuonano nella casa a beneficio di tutti.  Ma chi se l’aspettava?
Scendo i miei tre piani a piedi perché né il ventesimo né tanto meno il ventunesimo secolo mi hanno mai convinto del tutto sul fascino dell’ascensore. Ho un sorriso idiota sulla faccia e il mio smartphone l’ho lasciato sulla mia scrivania accanto a L’inconscio Politico di Fredric Jameson e Ogni maledetto Lunedì su due di Zerocalcare.
Se adesso mi fate uno squillo quando state giù io non lo saprò.

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8 thoughts on “Ti citofono quando sto giù

  1. Pingback: Quel che resta di uno squillo | Il Blog Struggente di un Formidabile Genio

  2. Pingback: Ormai siamo troppo giovani: la nostalgia di chi ha a disposizione più “domani” che “ieri” | Il Blog Struggente di un Formidabile Genio

  3. Sei un genio! Gli alloglotti sono gli altri, noi degli ’80/’90 preferiamo la tautologica ridondanza (visto come rindonda?) del “ti citofono quando sto giù”…

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