L’Hip-Hop, il Non-Talento e le Brasciole di Domenica (parte I)

Introduzione.
Il titolo di questo breve saggio merita qualche parola di spiegazione.  L’Hip-Hop è il tema principale, il Non-Talento è la diagnosi che secondo me contraddistingue questo genere e le Brasciole di Domenica sono una provocazione nei confronti della scena Hip-Hop della mia città.  Siccome sono molto prolisso e lento (tranne quando servirebbe realmente, mi disse una volta un essere umano di sesso femminile) ho dovuto spezzare in due questo articolo. La prima parte che segue tratta dell’Hip-Hop in generale, la seconda tratterà delle Brasciole di Domenica, cioè della scena Hip-Hop barese.
E dunque, cominciamo.

Generalizzare serve.
Generalizzare è sempre rischioso e, il più delle volte, sbagliato. Quando fai un’affermazione del tipo “gli italiani sono un popolo di incivili” c’è sempre (e giustamente) chi ti risponde “be’ però ti stai dimenticando di X e di Y”, “ci sono italiani che il mondo ci invidia” e così via. Lo stesso vale per le affermazioni di valore del tipo “la musica dance è roba da strafattoni incompetenti”. A sentire questa affermazione qualcuno, potete scommetterci, vi linkerà una canzone dance di un Dj ispanico-lappone che è roba da intenditori, che ha un ritmo inusitato e che magari piacerà pure a voi.
Tutto giusto. E purtuttavia io oggi voglio generalizzare. Voglio farlo perché distinguere caso per caso è bellissimo, razionale e maturo ma è anche rischioso perché fa perdere di vista il quadro complessivo dei casi (che, pensateci bene, è quello che alla fine conta). E, poi, tutte le eccezioni – stando al proverbio – confermano la regola mica la smentiscono.
Quindi oggi parlerò dell’Hip-Hop e ne parlerò generalizzando. E, cosa più importante, ne parlerò MALE.
Ne parlerò male innanzitutto perché – sarebbe inutile nasconderlo – non mi piace. Ma questo non conta granché. Ne parlerò male soprattutto per dei motivi che tenterò di rendere quanto più oggettivi e chiari possibili. Ne parlerò male perché penso che l’Hip Hop abbia degli effetti negativi e deleteri sulle nuove generazioni e perché in definitiva penso che, nel suo piccolo, l’Hip Hop sia pericoloso.
E dunque, cominciamo per davvero.

Sui giovani d’oggi ci scatarro su.
I giovani sono diversi dagli adulti. Questo è ovvio. Per come si vestono, per come parlano, per come si comportano, per la musica che ascoltano. La gioventù è una moratoria psico-sociale, si potrebbe dire riprendendo un pensiero di Erik Erikson. Ai giovani è consentito sperimentare comportamenti e pensieri che agli adulti non sarebbero perdonati per il solo fatto di essere adulti. Un diciannovenne che torna sbronzo il sabato sera non è preoccupante (a meno che non abbia guidato). Un cinquantenne impiegato di banca che si ritira alle luci del mattino con il completo che puzza di vodka-lemon getterebbe nel panico un’intera famiglia.
I giovani devono differenziarsi dagli adulti. Per questo motivo non me la prenderò con l’Hip Hop per la sua carica contestatrice. Me la prenderò con l’Hip Hop per la sua FORMA che, è bene ricordarlo, non è mai neutra.
Quando la mia età iniziava con un “1”, musicalmente parlando, i giovani si dividevano in ascoltatori di boy-band e metallari. Gli ascoltatori di boy band ascoltavano musica orecchiabile, da Mtv, si vestivano decentemente e cuccavano le ragazze più carine. I metallari ascoltavano un cocktail musicale che andava dai Metallica agli Slipknot , si vestivano larghi&neri e tutt’al più cuccavano (se cuccavano!) le ragazze metallare che carine, salvo alcune splendide eccezioni, non lo erano affatto.
Ora che la mie età inizia con un “2” e termina con un “6”, gli adolescenti indossano dei cappelli provvisti di visiera inamidata che non la pieghi manco con un tornio industriale, vestono giacchette da baseball manco fossero nati a Brooklyn e si difendono dal freddo con delle tute Adidas anni ’80 per la gioia dei magazzinieri tedeschi dell’azienda che possono liberarsi di tutto l’invenduto di trent’anni fa. Inoltre, come se non bastasse, quando i loro genitori sono parecchio lassisti o parecchio divorziati (e spesso le due cose coincidono), i pischelli di oggi si ricoprono il corpo di tatuaggi non propriamente meritevoli della protezione dell’UNESCO.
Ma non è questo il punto.
Il punto è: cosa ascoltano questi strani pischelli del ventunesimo secolo?
Ascoltano l’Hip-Hop. Lo ascoltano e lo venerano.
Due domande sorgono allora spontanee: da quando? e, soprattutto, perché?

Le responsabilità dei padri, le colpe dei figli e l’insopportabilità degli zii.
Penso che tutto sia iniziato con Fabri-Fibra, ragazzone pure simpatico se lo si sente parlare durante le interviste, ma che ha sulle sue spalle una responsabilità pazzesca: l’aver sdoganato al grande pubblico un genere che era nato e che doveva rimanere chiuso negli angoli delle strade. Attenzione, non per snobismo verso la massa. Quella è la malattia di cui sono affetti i COMMENTATORI DEI VIDEO DI YOUTUBE, quelli che sotto ogni videoclip di Fabri Fibra ti scrivono “eh io lo conoscevo dai tempi di Turbe Giovanili…peccato che ora si è venduto!”, quelli che appena un cantante supera le 10,000 visualizzazioni già lo disconoscono come commerciale e rimpiangono i tempi in cui lo conoscevano in 7, familiari compresi, quelli che qualunque gruppo/cantante tu mostri di apprezzare ti sbattono sempre in faccia che sì sono bravi ma i Vattelapesca lo fanno da dieci anni prima!
Io accuso il buon Fabri Fibra per un motivo diverso. Lo accuso di aver diffuso un genere che per la sua natura doveva rimanere di nicchia perché in caso contrario avrebbe causato più danni che effetti positivi. Così come è stato.
Per quale motivo? Be’ per rispondere a questa domanda è necessario prima rispondere a un’altra. E cioè: cos’è l’Hip-Hop?
Lo dirò brutalmente. L’Hip-Hop è la NUOVA FRONTIERA DEL NON-TALENTO. Ecco l’ho detto. L’Hip-Hop è un genere (soffermiamoci solo sulla musica, please) che concilia le due tendenze massime dei giovani: la contestazione verso tutto e tutti e la voglia di non fare un cazzo.
Un esempio pratico. Qualche mese fa stavo vedendo su Mtv Club Privè – Ti presento i Dogo e sono capitato in una scena in cui Gue-Pequeno, il classico tamarro finto-arricchito, va in sala registrazione. Ebbene la scena era la seguente. Lui, con un foglio in mano, la bocca vicino al microfono,  che legge un testo incazzoso parlando veloce. E basta. Seriamente. E basta. Niente musica. Niente suoni. Niente intonazione. Buoni polmoni e stop. Finito il discorso sincopato, un tecnico gli si avvicina e gli fa dei complimenti in una lingua vagamente indoeuropea, di cui sono riuscito a distinguere un “spacca”– “grande” – “zio”.
Tutto qua? No, seriamente, tutto qua?
Se negli anni ’90 e nei primi anni ’00 un giovane voleva mandare affanculo il mondo doveva quanto meno trovare altri due-tre stronzi che sapessero mettere insieme tre-quattro accordi alla chitarra, basso, batteria e essere intonato, avere una voce  straordinaria o almeno interessante.  Non c’era sempre bisogno del cocktail perfetto ma gli elementi ci dovevano essere. Lou Reed, per esempio, è entrato nella storia del rock e fondamentalmente nelle sue canzoni non ha mai cantato, parlava più che altro, ma la sostanza musicale era allucinante nel vero senso della parola.
L’Hip-Hop invece ti consente di far parte del mondo musicale senza bisogno di sbattersi granché. Butti giù un testo, diciamo pure decente va’, ti alleni davanti allo specchio a non impappinarti e poi chiedi a un tipo di metterti in sottofondo un ritmo Y, poco importa se originale, copiato o citato. E sei un artista. Sei un ribelle. Sei su Youtube. Ripeti una filastrocca un po’ sboccata e pensi di avere un ruolo alla Kurt Kobain, ammesso che sappia chi sia Kurt Kobain.
Ok, lo so. L’ho detto all’inizio. È una generalizzazione. La tecnica, la bravura, il talento esiste anche nell’Hip-Hop. Per carità. Ma è necessario che qualcuno lo dica forte e chiaro: l’Hip-Hop consente l’espressione anche (e soprattutto) a chi di talento non ne ha manco una goccia. Vuoi fare rock? Be’ devi imparare a suonare più o meno bene, pochi cazzi, non scappi dallo sbattimento di ore e ore in un locale chiuso e maleodorante dove cerchi di riprodurre goffamente i suoni di Slash, May, Richards, Gilmour e così via.
Vuoi fare Hip-Hop? Be’ PUOI.
Se hai una faccia di bronzo, PUOI.
Recentemente ho assistito a un’esibizione Hip-Hop di un tipo che avrebbe bisogno di un paio di decenni di lezioni di  dizione e di sedute di logopedia per riuscire a parlare decentemente italiano in una conversazione. Eppure rappava. E non l’hanno fermato. Non si è fermato. Proprio perché per fare Hip-Hop non hai bisogno di fare un cazzo prima. Non hai bisogno di imparare un cazzo prima. L’Hip-Hop è l’incarnazione musicale del relativismo culturale più negativo, quello che consente a chiunque di dire (cantare) la propria perché sono venuti meno i vincoli tecnici di base.  Immaginate se a questo ragazzo io avessi consegnato un basso e gli avessi chiesto di suonarmi  “Is this it” degli Strokes. Non avrebbe mai iniziato. Ma se gli avessi chiesto di farmi “La Fine” di Nesli , lui avrebbe caricato la base da Youtube e avrebbe deliziato la platea. Poi magari avrebbe fatto una versione di merda. Ma l’avrebbe fatta. L’Hip-Hop consente a tutti di provarci. Di provarci senza dover necessariamente studiare prima. Ecco perché – penso – piace così tanto ai giovani. Li fa sentire dei ribelli senza bisogno di imparare un modo di essere ribelli.
E questo porta con sé una conseguenza terribile: e cioè convincere i giovani che non ci sia proprio bisogno di imparare.
L’Hip-Hop come moda sta distruggendo l’orecchio musicale delle nuove generazioni. Non riescono più a distinguere le sonorità differenti dei generi, non riescono ad apprezzare l’armonia, non riescono più a capire gli strumenti. Una volta, in un locale, una tv stava trasmettendo di sottofondo un concerto degli Iron-Maiden. Una diciannovenne-tipo-di-oggi alza lo sguardo, sente 45 secondi e esclama: “a me non piace quando stanno tanto tempo a fare i cosi senza parole”. Tradotto: non le aggrada l’assolo, la parte strumentale. E questo perché non è abituata ad ascoltare musica che non sia un ritmo singhiozzante con flussi di parole che scorrono al di sopra di esso.
Sto esagerando? Bene, vi sfido. Andate dai ragazzi e dalle ragazze che ascoltano Hip-Hop e che comunque sostengono “a me piace un sacco la musica”. Andateci e chiedete loro: qual è la differenza tra un basso e una chitarra? Attenzione: non di suonare un basso o una chitarra. Ma di dire qual è la differenza. È come se andaste da una persona che dice di essere appassionata di automobili e gli chiedeste la differenza tra una utilitaria e una station wagon. Deve saper rispondere. Bene, fatelo. Sono convinto che vi guarderanno con degli occhioni smarriti come se gli aveste chiesto di dimostrarvi il teorema di Fermat su un tovagliolo della mensa.
Ma non è finita qua.
L’Hip-Hop sta anche minando le basi linguistiche dei ragazzi. Oramai siamo tutti “fra” o “zii” di qualcuno. Ricordo che la prima volta che un pischello mi chiamò “fra” io pensai fosse un diminutivo di “Francesco” e che avesse capito male il mio nome. Veramente mi chiamo Renato, dissi. Ah, non c’è problema, zio, veramente, mi rispose un po’ divertito. E io mi sentii un antropologo alle prese con una popolazione aborigena appena scoperta.
Per non parlare del turpiloquio. La parolaccia è splendida. Necessaria. Ma non deve diventare norma se no perde la sua funzione di rottura. Diventa un automatismo. L’Hip-Hop ha reso  cazzo e vaffanculo comuni come cuore e amore nelle canzoni del Festival di Sanremo. E non c’è più priscio così. E non c’è, credo, nemmeno più utilità. Infatti, siamo poi sicuri che la volgarità serva veramente a denunciare più forte, a dare vigore a una protesta, a colpire il bersaglio con più efficacia? Molte canzoni Hip-Hop scuoiano a suon di parolacce e rime la vacuità, la finzione, la poca essenza del mondo contemporaneo. Eppure non me ne viene nemmeno una in mente che raggiunga per forza e spietatezza quel grandioso manifesto che è Fake Plastic Trees dei Radiohead. Che, ricordiamolo, non contiene nemmeno una parolaccia. E tuttavia i giovani d’oggi se non sentono in una canzone un in culo, puttana, cazzo, pensano che quella canzone sia innocua, sia normale, non possa essere forte. E replicano questo atteggiamento nella vita di tutti i giorni essendo convinti che un cazzo al punto giusto sia sufficiente a rendere forte&rivoluzionaria la loro osservazione.
Ma non è ancora finita qua.
L’Hip-Hop e la sua carica contestatrice. Il suo essere perennemente contro qualcosa, la società, l’amore, la politica. Per esempio: se la musica italiana ti mette in imbarazzo succhiateci ancora il cazzo. Oppure: questa vita è una gran porcata/senza dubbio sei ingrassata/ sai l’ultima volta che ti ho cavalcata/ mi è sembrata un’ammucchiata. E così via.
Ora, non prendiamoci per il culo. La musica dei giovani non è mai stata buona. Non è mai stata calma, positiva o ricca di sentimenti cristiani. L’ossessiva ripetizione di Fuck you I won’t do what you tell me al termine di Killing in the name dei RATM è un esempio perfetto. Il dolente, sarcastico e violento invito allo stupro di Rape me dei Nirvana è un altro. E si potrebbe continuare. Ma quella era una rabbia (più o meno) motivata socialmente, politicamente o tremendamente generazionale. La rabbia dell’Hip-Hop è altra cosa. Amore, vita, lavoro, amici, tutto finisce in un calderone disordinato in cui tutto fa schifo e non si capisce manco bene perché. Poca sostanza e forma mediocre. Un pessimo binomio. È una rabbia da Lidl, una violenza da Eurospin, è un nichilismo da discount.

Continua prossimamente.

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9 thoughts on “L’Hip-Hop, il Non-Talento e le Brasciole di Domenica (parte I)

  1. Non ho ancora letto la seconda metà, ma da musicista (o presunto tale) che negli anni ha cercato di studiare decentemente qualsiasi tipo di musica (dalla classica di un decennale conservatorio al jazz, dal blues alla contemporanea, dal rock adolescenziale al metal incallito, dall’italiana d’autore alla più “volgare” house, toccando mio malgrado anche l’hip-hop), posso dire che hai espresso con parole semplici ciò che penso da troppo tempo.
    L’ Hip-Hop, pur possedendo una matrice storica-culturale non trascurabile, è diventato il “Paese dei Balocchi” del panorama musicale italiota (soprattutto qui al Sud, purtroppo). Paese dei Balocchi perché qualsiasi “Lucignolo” o “Pinocchio” di turno può fare quello che gli pare, MALE quanto gli pare, con la supponenza e la superficialità che più gli aggrada, diventando musicalmente sempre più “asino”.
    Ora mi leggo la seconda parte, complimenti Renato.

  2. ho pensato anche io al punk, e a tutta quella generazione che da fine anni settanta è arrivata agli ottanta. pullulava di gruppi punk sconosciuti e rimasti sconosciuti, gente mediocre che faceva musica mediocre e che non è emersa. idem oggi pullulano i rapper. ce li saremo scordati tra nemmeno pochi mesi i rapper piccini della nostra zona. i grandi gruppi punk sono rimasti e sono pochi, i grandi rapper rimarranno e saranno pochi.
    l’ignoranza e la mediocrità c’era allora e c’è oggi, i giovani ignoranti ci sono e non è a causa della musica che si creano e moltiplicano ma per tramite della musica che si rendono visibili a te.
    non è così: “il rap è una moda, se invece ci fosse la moda del libro i giovani sarebbero più acculturati” è così: i giovani non sono acculturati e quindi scelgono una via espressiva mediocre (il rap).
    o roba del genere insomma ho sonno ma qualcosa la volevo scrivere

  3. ciao Renato.
    Condivido in parte quello che dici. Io penso che il fatto di non essere intonati o non dover fare esercizio sia sbagliato ad alti livelli.
    non me ne intendo di hip hop. però credo di non sbagliare dicendo che sia nato come forma di protesta da parte delle classi più disagiate. il rap permetteva loro di avere un beat messo in loop per tutta la durata della canzone, e un microfono. costo praticamente 0
    è capitato anche a me di vedere il programma sui club dogo. Mi infastidì molto una scena in cui dovevano cantare ad un concerto ed erano mezzi ubriachi e non ricordavano le parole. la trovo una cosa abbastanza irrispettosa nei confronti dei fan. Giusto per dire che non ce l’ho con l’hip hop trovo altrettanto scorretto che lo faccia capossela. sempre ubriachissimo ai concerti.
    il rap non era così, non era questo. Adesso è un modo per fare soldi fare figa ed essere famosi

    • Quando si parla dell’hip-hop come forma di protesta a me viene sempre in mente questo dialogo tratto da CRASH (bel film del 2004), non so quanto storicamente reale ma che fa comunque pensare quanto meno all’evoluzione dell’hip-hop:
      Anthony: You’ve got absolutely no idea where hip-hop comes from, do you?
      Peter: [singing] “I shoot ‘em dead first, but I done broke my trigger!”
      Anthony: You see, back in the ’60s, we had smart black articulate black men. Like Huey Newton, Bobby Seale, Eldridge Cleaver, Fred Hampton. These brothers were speaking out, and people were listening. And then, the FBI said, “Oh, no! We can’t have that! I know! Let’s give the niggers some music by a bunch of mumbling idiots, and sooner or later they’ll all copy it, and nobody’ll be able to understand a fucking word they say! End of problem.”

  4. Non concordo in (quasi) nulla con la tua analisi e non perché (come hai giustamente scritto) si tratta di una generalizzazione. Il fatto è che le generalizzazioni vanno bene quando si parla in generale e se questa fosse una generalizzazione vorrebbe dire che ti riferisci alla situazione generale. Ma in realtà quello di cui parli tu è una situazione “particolare”, limitata. Ovvero ti riferisci ad un atteggiamento non comune. Non nego che la situazione in cui versa l’hip hop in italia (ma anche ne resto del mondo) sia poco rosea, attualmente, ma si tratta di una casistica di non così vasta portata. Ci sono 4 o 5 personaggi che sono come li descrivi, vanno in tv, su mtv o su youtube e effettivamente fanno nascere un fenomeno dei più tristi. Invece gran parte degli “artisti” hip hop studia, si allena, fa il suo. Costruire le rime non è facile, neccessita di allenamento. Soprattutto se poi fai il citazionista e parti da una base culturale (cultura generale, letteraria, cinematografica). Anche produrre un beat non è semplice, molto spesso chi lo fa uno strumento lo suona e la musica la conosce, altrimenti non si spiega come si possa pescare a piene mani da funk, blues e jazz o utilizzare un synth, una tastiera o un giradischi (che è uno strumento ed è difficilissimo da suonare) Lo stesso hip hop nasce come fenomeno di nicchia per poi essere snoganato quasi subito da grandi artisti. Uno a caso? Miles Davis. Per non parlare delle band strumentali che fanno hip hop, dell’apporto rnb e soul. E, ripeto, non sto parlando di “alcuni artisti” ma della maggioranza, quella maggioranza che su mtv non ci adrà mai e poi mai. Perdonami per il papiro che ho scritto. Bel blog, comunque. Complimenti.

    • Prima di tutto, grazie per la risposta civile e argomentata.
      Generalizazione sì o generalizzazione no. Non saprei. Ma penso che il punto sia un altro. Io sono convinto che l’hip-hop abbia dei requisiti tecnici, dei valori artistici e anche sociali (che magari a me non piacciono ma questo è relativo, come ho scritto) ma sono altresì convinto che, nel mio campo visivo-conoscitivo (che tu mi dirai potrà essere limitato ma pure se fosse conta decine e decine di giovani e mi fermo a quelli che ho avuto modo di conoscere più o meno direttamente) l’hip-hop appare esattemente come ho detto: come una frontiera di un non-talento. Ecco il punto è proprio questo: ci saranno pure 5000 artisti hip-hop che sono realmente tali e lo sono diventati con sacrificio, con studio, con fatica. Ma per questi 5000 artisti ci sono quei 4-5 personaggi che tu citi che hanno un’influenza assai maggiore (perché imperversano su mtv, su youtube o dio sa dove altro) e, cosa più importante, un’influenza assai deleteria. Ecco perché tutto sommato non rinuncio a parlare di generalizzazione pur accettando (sulla fiducia perché mi sembri consapevole dell’argomento) il fatto che numericamente questi “personaggi” siano inferiori ai veri artisti. Perché l’effetto “generale” dell’Hip-Hop sui giovani mi pare nefasto. E’ una moda, come tante ce ne sono state e tante ce ne saranno, ma è una moda pericolosa – nel suo piccolo – perché sta distruggendo senso estetico e senso di sacrificio. Tra molti artisti e pochi personaggi, riprendendo il tuo lessico, il saldo mi pare comunque negativo.

      • Anche il punk è stata la musica dei non talentuosi che suonavano al grido “non lo so fare ma lo faccio lo stesso” solo che ora come ora si tende a idolatrare tutto, a renderlo di plastica, figo a tutti i costi. Ma, ripeto, è sempre la solita storia e alle spalle ci sono persone che lottano per esprimersi al meglio. E sono la maggioranza. Poi il rap può non piacere, per caritá. Anzi, ti dirò di più: lascia cadere questi miti di cartapesta e vedrai che la moda passerá di moda. E chi ha sempre fatto le cose come cristo comanda, continuerá a farle.

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