Strangers do it better

Ieri stavo tornando da Bologna in treno. All’altezza di Rimini mi ero già rotto i coglioni. E mancavano ancora 4 ore e mezzo all’arrivo. Non so quale sia il nome esatto della patologia di cui soffro ma se sono circondato da persone non riesco a leggere libri. Quindi la lettura non poteva venirmi in soccorso. Siccome sono molto precario nelle mie passioni, RUZZLE mi ha rotto il cazzo. E quindi manco quello poteva aiutarmi a far passare il tempo. Allora ho deciso di sfruttare i minuti-verso-tutti che il mio piano tariffario mi concede generosamente. Ho chiamato un’amica per raccontarle un fatto che mi era capitato in aereo qualche ora prima. Così ho fatto passare una decina di minuti. Bene. Ne restano solo duecentosessanta. Dal momento che non potevo chiamare tutta la rubrica per raccontare la mia giornata (se no all’arrivo a Bari avrei trovato un’autombulanza per un trattamento sanitario obbligatorio), mi sono convinto ad attaccare bottone con la ragazza – caruccia – che avevo di fronte. Ma perché non l’hai fatto subito? , direte voi. Semplice. Perché aveva un raffreddore da antologia e io volevo mantenere al minimo il rischio del contagio. Ma mi faccio coraggio – e forte della mia dose di amuchina in tasca – inizio a parlare del più e del meno: che palle questi viaggi che non finiscono mai, bisogna stare attenti all’aria condizionata…ti frega facilmente la gola, e il prezzo dei biglietti? Mamma mia allucinante. Tutto nella norma, lei annoiata come me partecipa felice alla fiera della banalità finché non le squilla il cellulare. Lei risponde. Telefonata strana. Roba di fidanzato, sicuro, ma c’era tensione, freddezza, aria di tempesta insomma. Bene, mi dico. Posso fare una delle cose che mi diverte di più: MILLANTARE COMPETENZE NEL CAMPO SENTIMENTALE PER DARE CONSIGLI. Lei non aspettava altro. Mi si apre come un libro durante un uragano. E mi racconta tutto. Mi farà bene, mi dice. Ne sono sicuro, dico io. Gli estranei sui treni danno i consigli migliori perché, non conoscendoti, sono assolutamente razionali, logici. E dunque.
«Stavamo insieme da 5 anni. Poi ci siamo lasciati»
«Chi ha lasciato?»
«Nessuno, insieme»
«Vuoi dire che avete contato fino a 3 e poi vi siete lasciati contemporaneamente?»
«No vabè. Non ci siamo proprio lasciati. Io mi sono allontanata e a lui è andata bene così. Lui voleva uscire sempre coi suoi amici, mi portava con sé quasi infastidito, quando doveva passarmi a prendere faceva un’ora di ritardo. Dopo cinque anni non voleva sentire nemmeno parlare di IMMAGINARE un futuro insieme. Sai cosa mi ha detto?»
«Cosa?»
«TU MI HAI FATTO SENTIRE TROPPO AL SICURO»
Rido per dieci minuti buoni. Non conosco questo tipo ma sento di amarlo.
«Magari se lo avessi tradito un paio di volte mi avrebbe calcolato di più»
Ragazza con il senso dell’umorismo. Bene. E allora io attacco con il mio solito repertorio. La metafora delle uova di Woody Allen per raffigurare l’illogicità dei rapporti sentimentali, il sogno di trovare una via di mezzo tra l’esserci sempre e l’essere dati per scontati, il coraggio di dire basta prima che sia troppo tardi, le persone che non cambiano, l’odiosa necessità di adoperare un po’ di tattica per non diventare la parte debole della coppia, l’importanza di fare la cosa giusta per sé, il bisogno di un colloquio chiarificatore con il proprio partner. C’è materiale per parlarne per ore. E infatti lo facciamo. Finché alle 22,20 si avvicina la sua fermata.
Si alza per prendere la sua valigia.
«Lascia faccio io.»
«No ce la faccio tranquillo»
«Nah, la cavalleria non è ancora morta. Basta che non mi tocchi con la mano ancora mi infetti».
«Va bene, va bene».
Si avvicina il momento della sua discesa. Mentre recupera il pacchetto di fazzoletti mi fa:
«Sai, dovresti scrivere un libro tu»
«Chi io? Non penso. Il 75% di quello che dico sono citazione di altri. Lascia stare. In bocca al lupo per il concorso, per la salute e per l’amore. Decidi tu in che ordine»
«Grazie anche a te. E grazie per i consigli». E se ne va verso l’uscita.
Io rimango dieci-quindici secondi in silenzio . Quel tanto che basta per fare l’ennesimo bilancio della mia vita. Poi mi volto e le dico:
«Senti, scusami!»
«Dimmi»
«Per l’amor di Dio, non seguire i miei consigli!».
E vado in bagno a lavarmi abbondantemente le mani.
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3 thoughts on “Strangers do it better

  1. anche io penso che tu debba scrivere un libro…perchè scrivi proprio bene!! e te lo dico senza averti incontrato in treno e senza aver beneficiato dei tuoi consigli…anche che io di consigli non ne ho biosgno essendo io supereore (senza esser caduto in un chiringuito)!! Complimenti davvero!!

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